L’esistenza umana rimane dono per tutti, a ciascuno accade di esserci ma è necessaria la fede per scrivere e rileggere, pienamente, l’esperienza della propria vita. Certo la precarietà è condizione indiscutibile del cammino dell’uomo e per quanto ci si possa illudere attorno a garanzie apparenti, all’improvviso possono venire meno tutte le certezze di prima e si sperimenta dolore e smarrimento.

Quando si perde una persona cara, quando si incontra il fallimento e l’insuccesso, o quando si prende coscienza che tutto passa e tanti motivi di vita diventano relativi, necessari solo per il passato e non più per il presente, è allora che si ha come un risveglio, si ha bisogno di trovare una ragione realmente profonda per dare senso al proprio cammino.

Sono momenti in cui ci si ferma a sentire e a cercare una parola, una luce che può dare senso ad ogni cosa e che riveli cosa significhi vivere. È così che sovente ci si apre alla relazione di fede, non nel tempo della felicità effimera ma nel tempo in cui è venuta meno l’apparenza  e si ha bisogno di trovare qualcuno per il quale continuare ad essere importanti nonostante tutto.

Nel Vangelo di questa domenica (Lc 17, 5-10) troviamo i discepoli smarriti i quali chiedono al Maestro: «Accresci in noi la fede!».

Poco prima Gesù aveva detto loro della necessità del perdono e della testimonianza nella fede, ma i discepoli si sperimentano deboli e colgono quanto sia necessario il crescere nella fede. Ed è allora che Gesù risponde in modo lapidario: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Il focus di Gesù non è tanto nell’accrescere la fede, ossia nell’aumentare la forza individuale e la perfezione dell’operare, quanto nel riconoscersi piccoli come un granello di senape e, proprio per questo, legati a Dio. È questo legame ad esprimere la forza della fede. Non è grande il cristiano ma colui che il cristiano segue!

Quando sant’Ireneo ricoda che “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, intende mostrarci che la grandezza di Dio può essere conosciuta attraverso la testimonianza d’amore di quanti gli appartengono. È la vita battesimale che rende figli di Dio cioè capaci di una relazione che nutre e rigenera fino a trasformare l’esistenza umana nell’incarnazione della vita divina.

La risposta di Gesù apre ad una prospettiva inversa che fa della religiosità di ogni tempo una pretesa onnipotente e priva di efficacia: senza relazione e, dunque, affidamento a Dio tutto rimane effimero. La fede non è frutto di un mero nozionismo dottrinale ma è relazione, desiderio, su cui scorre l’amore del Cielo. Altrimenti la preghiera sarebbe mera suggestione ma senza nutrire e la consegna a Dio sarebbe un affare catartico senza recare alcuna trasformazione o riconciliazione interiore.

C’è un combattimento nella vita spirituale e la fede va custodita perchè molteplici suggestioni vorrebbero portare l’umano su un piano di superficie che spossessa di sé fino a ridurre la persona ad un automa in preda agli umpulsi del momento.

Allo stesso modo il rischio di spegnere la fede è proprio dell’uomo che riduce il cristianesimo a questione sociale, attivismo per cambiare le sistuazione attraverso il proprio impegno e azione. Tutto ciò ha valore ma se non muove dalla relazione profonda con Dio può trasformare l’individuo in un temibile giustiziere che usa gli stessi strumenti che vorrebbe contestare. È quel che è accaduto nei fondamentalismi del secolo scorso.

Chi vive la fede è chiamato a portare la luce, non quella del mondo ma quella vera. Il distinguo è importante perchè oggi assistiamo ad un cristianesimo annacquato, privo di ascolto dall’Alto e rivolto alle opinioni del tempo, un cristianesimo che si accontenta di ripetere le cose che dicono altri che si spendono nella causa del bene ma che misconoscono la forza della misericordia consegnata da Gesù alla sua Comunità. Il cristiano è chiamato ad esprimere un “di più” a sostegno di tutte le cause di bene per le quali combatte tanta gente di buona volontà sparsa nel mondo.

Nella parte finale della parabola Gesù chiede ai suoi discepoli di considerarsi “servi inutili” dopo avere svolto il loro servizio. È necessario liberarsi da ogni rivendicazione che porterebbe, dunque, all’affermazione di sé e muovere dal riconoscersi amati dal Cielo e, pertanto, mossi a condividere il dono ricevuto.

Mentre la luce di questo mondo permette di riconoscere le cose che ci stanno attorno e di apprezzarle fino ad esserne sedotti, la Luce della fede apre alla profondità della vista e permette di scrutare la bellezza lì dove altri coglierebbero solo brutture.

Proprio nei giorni passati abbiamo celebrato la festa di san Francesco d’Assisi, lui che aveva un’incredibile ripulsa alla vista dei lebbrosi non appena si è aperto alla Luce della fede ecco che ha potuto baciarli sperimentando, attraverso quel gesto, “dolcezza d’animo e di corpo” . È di questa percezione che parla la fede, la stessa di chi scorge nei tratti di un volto affaticato per il duro lavoro sostenuto per il bene della propria famiglia, il volto dell’amore.

Proprio durante la celebrazione del transito di san Francesco ossia il ricordo del suo passaggio al Cielo nella notte del 1226, nella nostra Palermo per strada centinaia di cittadini celebravano un altro transito: quello che vede migliaia di uomini attraversare il Mediterraneo per trovare speranza di vita. Ecco la fede ci porta a non rimanere spettatori e a farci carico delle istanze di interi popoli che oggi cercano di avere riconosciuto il diritto alla vita, il diritto al futuro. La fede ci consegna alla storia contemporanea e chiede ad ogni credente di farsi pane spezzato, sostegno per questo nostro mondo.

 

Tratto dagli scritti di Fra Mauro Billetta 6.10.2019