Siamo soliti pensare alla Comunità di Danisinni come ad una famiglia, un luogo spontaneo in cui ciascuno trova il suo posto senza troppi formalismi e certo senza immagini edulcorate ma interazioni e storie reali, autentiche e complesse. Uno spazio ove allenarsi per scoprire l’arte della vita, non secondo criteri di perfezione o di grandezza ma di umanità, anche la più fragile ma con la capacità di testimoniare che ogni luogo può essere abitato dalla presenza di Dio.

Oggi abbiamo meditato sul fare relazionale proprio dell’agire di Gesù. Il Vangelo, infatti, restituisce capacità di discernimento all’uomo che aveva delegato alla legge il ruolo di governo della propria vita. Fino a quel momento i rapporti umani erano normati secondo prescrizioni ben definite che stabilivano l’essere buoni o cattivi, giusti o ingiusti e, secondo quel parametro, si autorizzava perfino la lapidazione così come l’esclusione sociale di una persona a motivo del suo peccato.

Il volto umano, dunque, restava anonimo dietro il velo della legge e tutto veniva uniformato in base ad un parametro oggettivo al pari di quello che l’era della tecnica pretende fare: l’omologazione controllata da un grande occhio che sta ad eliminare i concorrenti come se la vita fosse simile ad un reality show televisivo.

L’incontro con Gesù restituisce dignità e a ciascuno è dato di riscoprire la propria unicità così come ci ricorderebbe, ad esempio, la pagina dell’incontro con la donna peccatrice in casa di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50). Lei si accosta al Maestro con lacrime di pentimento e consegna, amore e fiducia, e nel mentre che Gesù la accoglie il padrone di casa sta a giudicare la scena etichettando Gesù come un impostore proprio perchè, secondo i suoi paramentri, mancherebbe di discernimento:  mai un rabbino si sarebbe fatto avvicinare da una donna così contaminata!

Ed è questo cambiamento radicale, piuttosto, che descrive il Vangelo di questa domenica (Mt 5, 17-37). Gesù porta a compimento la Legge mostrando l’anima con la quale era stata consegnata al popolo d’Israele. Adesso è possibile viverla secondo lo spirito delle beatitudini che Lui ha appena finito di enunciare, e cioè la prospettiva che parte dall’amore del Padre e non più dalle proprie forze o dai successi raggiunti.

Il cambiamento è come quello che sta accadendo nelle nostre città dove dall’utilizzo dei semafori si sta passando alla creazione delle rotatorie. Non è più la norma esterna, rosso o verde, a censurare o autorizzare le nostre azioni ma lo sguardo, il buon senso e la capacità di dare spazio all’altro prima che a sé. È così che il diritto di precedenza, benchè codificato, spesso subisce variazione quando si vede una persona in difficoltà o un anziano alla guida, cioè si diventa facilitatori della vita altrui senza, per questo, pensare minimamente che sia stato leso un proprio diritto.

Quando il cristiano porta la legge interiore secondo il precetto dell’amore, allora agisce a seconda di quel che è più opportuno per favorire il bene. La Legge in taluni casi non ammetteva pentimento, ora il comandamento nuovo contempla la misericordia che supera ogni offesa ricevuta e così trova un paramentro inedito: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15, 19).

Punto di partenza è lo sguardo di Dio sulla nostra vita, e non si tratta più di un rapporto servile come quando si obbedisce ad un padrone, ma di una relazione filiale da cui scaturisce gratitudine. Un cuore grato sostiene i mancati riconoscimenti altrui perchè trova il nutrimento da un’altra parte, e continua a mantenere il rispetto per tutte le cose.

È in questa prospettiva che Gesù porta a compimento i comandamenti. Non è più sufficiente “non uccidere” o “non commettere adulterio” ma è necessario tenere conto che le parole possono ferire così come i silenzi e l’indifferenza giungono a recare grave danno. I rapporti ridotti a oggettificazione umana per la compulsiva ricerca di piacere, vengono a strappare il gusto dei giorni e a ridurre l’esistenza ad una triste frammentazione consegnata all’idolo di turno.

Gesù conclude rimandando allo stretto nesso che c’è tra liturgia e rapporti umani, fino a precisare che non può esserci azione liturgica, offerta a Dio, senza riconciliazione con il prossimo. La relazione verticale viene riscoperta come fondamento per stare pienamente nei rapporti umani, da amanti, per poi tornare a Dio e presentare il carico quotidiano che altrimenti nessuno potrebbe, da solo, reggere.

Alla sera della vita, continua il Vangelo, saremo giudicati sul bene fatto e non tanto sulle colpe altrui.

 

Fratel Mauro Billetta 16-feb-2020