Celebra la Liberazione chi comprende che non si è liberi da soli e ogni giorno si spende per ridurre le disuguaglianze e si impegna nel difendere i diritti degli oppressi. Celebrare la liberazione è assai significativo per non vivere di rendita ma da cittadini liberi.
Rinunciamo a questa postura quando entriamo nel compromesso che ammette le ingiustizie se queste garantiscono il proprio tornaconto, come fa chi alza i prezzi assumendo l’esordio di nuove guerre quale alibi per rincarare i propri commerci, o chi continua a fabbricare armi per ottenere ricchi proventi pur sapendo che le stesse saranno utilizzate per consumare un genocidio.
Entra nel compromesso chi preferisce l’indifferenza e accetta la violazione dei diritti basilari volti a custodire la qualità di vita di ogni persona aldilà del reddito. Entra nel compromesso, ancora, chi usa il proprio ruolo per affermarsi sull’altro fino a privarlo di ogni riconoscimento.
Nel triste scenario dei nostri giorni troviamo il principali Capi di governo incapaci di libertà e schiavi del potere. Ciò si rivela nelle brame di colonizzazione della terra e delle vite altrui, così come nel sadico tentativo di raccontarsi onnipotenti come se la vita dei piccoli dipendesse da loro.
Quando agiscono soverchiando i popoli che dovrebbero servire o sfruttando quelli che dovrebbero rispettare e riconoscere, la loro esistenza appare di poco conto a confronto con i Piccoli che ogni giorno resistono affrontando con dignità e libertà le traversie del quotidiano.
Libero, piuttosto, è chi sceglie di non sottomettersi e, al contempo, decide di non sottomettere il prossimo ma di custodirlo. La libertà ci rende reciprocamente custodi e capaci di condividere gratuitamente il bene per l’altro, gioendo per la realizzazione del suo cammino di vita.
Il Vangelo (Gv 10, 1-10) di questa domenica rivela il senso di tale libertà che spezza i gravami e restituisce espressione di vita a ciascuno.
Gesù era stato cacciato fuori dal tempio e così anche il cieco nato che Lui aveva guarito. Lo aveva liberato dalla prigionia che priva della vista e dall’ingannevole interpretazione che vorrebbe collegare la sofferenza alla colpa. Si tratta di una lettura religiosa che strumentalizzava il rapporto con il divino attraverso la colpevolizzazione del fedele e, di conseguenza, legittimava il delirio di onnipotenza dei capi religiosi che intendevano sottomettere il popolo caricandolo di pesanti gravami.
Gesù mostra che non c’è un colpevole da stigmatizzare e, piuttosto, ribadisce che l’esistenza personale non può essere imbrigliata secondo etichette che ne impedirebbero la crescita e l’espressione. Lui, diversamente, si è preso cura della sua sofferenza liberandolo da quello stato di oppressione.
Ora si presenta come il bel Pastore che conduce le sue pecore. L’immagine è familiare all’Israele del tempo ma l’interpretazione è inedita.
Denuncia i capi che si presentano come ladri e briganti i quali, proprio per questo, non entrano per la porta. Il contesto è il recinto che custodisce il gregge il quale con un gioco del termine ebraico è associato al cortile del tempio, quello in cui venivano ammassati gli agnelli che sarebbero stati sacrificati per propiziarsi i favori di Dio.
Sta destituendo la religiosità che pretende di sottomettere i fedeli, così come accade ai nostri giorni quando i Leader di grandi Paesi – come gli Stati Uniti o Israele, la Russia o gli Hezbollah – chiedono la benedizione ai propri pastori per potere dichiarare guerra ad un altro popolo arrivando a parlare di “guerra santa”.
Gesù denuncia una simile interpretazione religiosa assunta da guide che si lasciano corrompere dalle brame di potere e di gloria per il loro ruolo. Esse costringono il popolo a stare nel “cortile” privi di reale libertà.
Lui si rivela quale Bel Pastore che offre la sua vita per le sue pecore. È un’immagine di cura che ribalta il modo di intendere la fede. Si tratta di una relazione affettiva dove le pecore riconoscono la Sua voce perché si sentono amate e custodite e Lui diventa la porta attraverso la quale passare per accedere alla libertà.
La porta permette l’accesso a fuori e cioè ad abitare il mondo con fiducia, Lui precede per custodire fino ad offrire la vita al sopraggiungere dei “lupi”. Quando il legame si fonda sull’amore l’altro non fugge per proteggersi, piuttosto rimane per difendere l’amato a costo di pagare con la propria vita.
La religione, ora, assume la fattezza della fede e cioè della relazione d’amore in cui ognuno può scoprirsi amato da Cielo che si china sulla propria esistenza. Viene spezzato il rapporto che assoggetta al Cielo attendendo uno sguardo che perdona in base ai propri meriti e viene rivelata la Resurrezione del Figlio di Dio che offrendo se stesso è rimasto in relazione con l’umanità smarrita nelle oscurità del peccato donando la riconciliazione quale via di guarigione.
Passare per la porta, dunque, è l’esperienza che attraversa tutti gli ambiti della propria vita perché Dio non rimane nel tempio ma è presente in tutto il quotidiano del credente. Il cammino, allora, viene inteso come passaggio da un ambiente all’altro, da casa alla strada, dal lavoro alla chiesa, dove la porta è puntualmente Cristo. È Lui ad offrire la compassione che è dimensione esistenziale e non di un momento. È attitudine del cuore che porta, continuamente, ad uscire da se stessi.
Cum-patire traduce “soffrire con” e cioè il non rimanere estranei al vissuto altrui lasciandolo risuonare interiormente. È per questo che il grido dei piccoli sale al Cielo e la fede continua a nutrire la speranza dei popoli oppressi che rimangono capaci di vedere oltre le evidenze malgrado l’apparente vittoria dei potenti di questo mondo.