L’emancipazione dei sudditi, 2 settembre 2018

La religione, oppio dei popoli? È condivisibile questa affermazione di Karl Marx, la religione in quanto tale può sedare l’anelito e l’autonomia dell’essere umano, potrebbe farlo rifuggire nell’idealizzazione astratta o, ancora, nella passivizzazione che svilisce la responsabilità di ciascuno. Marx però non ha colto che il cristianesimo è una fede e non una religione, e se da un lato pensava che la critica alla religione potesse portare, automaticamente, alla critica del capitalismo, di fatto, oggi ha portato ad un capitalismo ancora più sfrenato senza alcun rispetto della dignità umana.
Basti pensare che ottenuta l’abolizione del riposo domenicale, perchè festa cristiana, il mercato dei consumi ha iniziato ad organizzarsi con doppi turni lavorativi e straordinari proprio in quei giorni che fino a poco prima erano deputati alla sosta per coltivare le relazioni familiari, per riposare e dare primato alla qualità di vita piuttosto che al guadagno.

Eppure, con la critica alla religione, Marx voleva ottenere l’affermazione dell’uomo quale essere supremo, ma quel che ne è venuto fuori è un uomo sempre più sclerato, dipendente ed incapace di frenare le spinte compulsive sollecitate dalle mode di turno.

La tecnoscienza attraverso la quale si pretedenteva affermare il super-uomo, di fatto, l’ha reso succube delle macchine che progrediscono ad una velocità sempre maggiore senza lasciare spazio di comprensione e finendo col manipolare i ritmi di vita, i gusti e gli interessi quotidiani. È così che molti uomini si stanno progressivamente spegnendo dietro un monitor rinunciando a vivere, perdendo l’entusiasmo per le relazioni e le esperienze prive di mediazione data dalla tecnica.

La tecnoscienza attraverso la quale si pretedenteva affermare il super-uomo, di fatto, l’ha reso succube delle macchine che progrediscono ad una velocità sempre maggiore senza lasciare spazio di comprensione e finendo col manipolare i ritmi di vita, i gusti e gli interessi quotidiani. È così che molti uomini si stanno progressivamente spegnendo dietro un monitor rinunciando a vivere, perdendo l’entusiasmo per le relazioni e le esperienze prive di mediazione data dalla tecnica. Ancora, negli anni ottanta la nostra generazione ha avviato una ricerca di emancipazione dalla religione spingendosi nei meandri della meditazione orientale. Ricordo i percorsi di meditazione intensiva quando dopo dieci giorni di pratica zazen avevamo un elevato senso di quiete e lentezza mentale e tutto questo dava la percezione di una nuova religione, finalmente pacificante e capace di creare comunità umana.

Ben presto ho colto come anche questa fosse un’illusione egocentrata. Il culto di sé e di un perfezionismo privo di relazione autentica, ove finanche i legami potevano essere considerati un minaccioso impedimento. Nel 2017 proprio Gabbiani, in Occidentali’s karma, in modo canzonatorio ha sintetizzato i rischi di quel percorso.

La fede cristiana è ben altra cosa, non è affatto ricerca di quietismo o affermazione di sé, non è riposo dei sensi e né emancipazione individualistica, è piuttosto relazione di fiducia in cui non viene meno il dubbio ed è richiesta la scelta quotidiana.
Il Vangelo (Mc 7, 1-23) di questa domenica mostra uno scontro proprio su questo fronte. Gesù trova la mormorazione di scribi e farisei a motivo della sua relazione col Padre e con l’uomo. Scardina, cioè, la logica causale che vedeva il fare in funzione della ricompensa. Traducibile in un assioma del tipo: eseguo una pratica religiosa e perciò sono giusto!
Ed è pertanto che i religiosi di ogni tempo si ergono al di sopra degli altri credendo di stare dalla parte di Dio e perciò avere autorità e potere sull’altro. È una devianza, questa, che vorrebbe piegare Dio dalla propria parte ed avere il suo potere di giudizio e, altro frainteso, di esclusione del peccatore.

Scandalizza l’uomo religioso del tempo il fatto che i discepoli di Gesù non facessero abluzioni. Rintracciamo in questa “inosservanza” un messaggio assai prezioso: non è tanto l’esteriorità a dire della propria fede ma l’interiorità, cioè il rapporto intimo che si nutre con Dio.
La questione è complessa proprio perchè intimità equivale a lasciarsi guardare fino in fondo, con i propri limiti e fragilità. Due persone non riescono ad essere intime, anche se si dichiarano amore, fino a quando l’una non sarà capace di mostrare fiduciosamente il proprio limite all’altro.
Il credente si lascia visitare dalla misericordia di Dio, non pretende di bastare a se stesso o, altrimenti, di dimostare la sua perfezione. Offre la sua vita perchè sa che da solo non ha dove andare, sa che l’individualismo sarebbe mortifero e pertanto si apre alla relazione con l’Altissimo.
Dio si china sulla creatura e consegna la sua vita, entra in relazione intima ed è questo il dialogo della fede.
È perciò che nell’esperienza cristiana diventa centrale il banchetto eucaristico di ogni domenica, luogo di consegna e di accoglienza, dove la precarietà dell’uomo viene accolta e trasformata, restituita nella “precarietà” del Pane eucaristico che dona forza e comunione nel cammino. Comprendiamo, allora, perchè non può esserci cristianesimo senza accoglienza del prossimo, senza riconoscimento della sacralità della vita di ognuno.

Certo la fede è caratterizzata dal dubbio, altrimenti sarebbe certezza senza più ricerca. L’umanità rimane fragile ma capace di Dio. La vita diventa cammino rivolto alla meta di cui ciascuno già porta il gusto.

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