La vita intesa come viaggio da coltivare per arrivare alla meta è la metafora che la Scrittura propone prendendo le distanze da ogni sorta di concezione ciclica o lineare del tempo.
Non si tratta di andare avanti nel cammino quotidiano per poi passare all’eternità quale compimento dei nostri giorni. Non si tratta neppure di un’espiazione attraverso successive vite che procurano una leggerezza sempre maggiore.
Piuttosto dall’incarnazione di Gesù l’eternità entra nella storia umana e il quotidiano diventa luogo di approfondimento della relazione con il Cielo. Ed è perciò che i gesti d’amore hanno già cittadinanza in Cielo perché l’amore è quel che unisce generando comunione sempre nuova tra il Cielo e la terra.
Una prospettiva rivoluzionaria a cui Gesù in modo particolare dedica tutto il discorso della montagna (Mt 5) offrendo le coordinate per vivere in pienezza il cammino della vita caratterizzato dal “beati voi” che traduce l’essere “felici”, letteralmente “l’elevarsi per camminare”.
Viene indicata, dunque, la postura per camminare insieme e così giungere alla meta condividendone il sapore già lungo la strada. Il viaggio, dunque, è sempre comunitario e la compagnia dell’altro diventa criterio necessario per discernere la veridicità della via intrapresa.
Altrimenti la fede potrebbe trasformarsi in una mera illusione religiosa priva di fondamento ed esposta ad una sorta di alienazione dal quotidiano.
A compimento del discorso (Mt 5, 17-37) Gesù invita a superare la forma della Legge e cioè quel formalismo che regge l’ipocrisia di chi si fa della pratica religiosa un modo per credersi giusto di fronte a Dio e al prossimo.
La Legge ebraica mirava a trasformare il cuore, a custodirlo dirà Siracide (15, 16) ma Gesù si confronta con ebrei osservanti che hanno fatto della Legge l’alibi per ergersi al di sopra di tutti ed esercitare potere e soverchierie in vista del proprio tornaconto.
Il Maestro afferma che la relazione con il Cielo, da cui trova fondamento la Legge, deve coinvolgere il cuore e dunque il desiderio di bene per il prossimo.
Non è sufficiente non uccidere, non rubare o non commettere adulterio, la questione sta nella trama di male che soggiace alle nostre azioni perché già con la mormorazione o la brama di possesso dell’altro si viola la Legge. Ci sono tanti modi di uccidere o tradire il prossimo senza passare all’agito.
Dunque la fede non è una questione formale in cui si reprime l’umano sentire, questo piuttosto procurerebbe una tensione interiore priva di carità e di compassione verso gli altri.
Ascoltare e seguire la proposta del Signore, invece, è questione interiore e cioè un lasciarsi guarire dall’amore del Padre e di conseguenza arrivare a camminare nella sua Via.
Anche l’azione cultuale altrimenti perderebbe valore ed è perciò che Gesù invita a sospendere l’offerta da presentare al tempio e prima andarsi a riconciliare con il fratello.
Sarebbe ipocrita una liturgia che pretenderebbe di offrire a Dio il male che si porta nel cuore. In Cielo entra solo l’amore e quindi non può essere chiamato a testimonianza – giuramento – di trame di ostilità.
Il giuramento è frutto di una doppiezza del cuore perché l’integrità non abbisogna di offrire ulteriori garanzie alla propria parola. Il cuore riconciliato dà testimonianza della parola data perché rivela per chi si vive e chi è il Signore della propria esistenza.
Le trame di ingiustizia che si alimentano nel mondo contemporaneo mostrano come in tanti vivono una religiosità dissociata, pensando di credere in Dio poggiando su di Lui la propria esistenza ma, in realtà, continuano a nutrire avversione verso il prossimo.
O si vive da riconciliati e quindi consapevoli di essere figli amati dal Padre o si rimane in competizione con la realtà che ci circonda.
Nella misura in cui si vive l’immersione nella vita divina, accogliendo il dono della vita di Cristo, allora è possibile partecipare alle Sue opere e, ancora prima, al Suo amore. È così che la fede si traduce in partecipazione.