Abbiamo appena condiviso l’appuntamento annuale del concorso di torte fatte in casa, un pomeriggio di fraternità in cui il valore non è stato attribuito alla vincita competitiva ma alla capacità di condividere del proprio in un clima conviviale.
Il senso di questi eventi è dato proprio dal riappropriarci di spazi e tempi da abitare secondo lo spirito di comunione che va oltre le apparenze e che permette di apprezzare l’impegno di tutti aldilà della performance di turno.
Diversamente il nostro mondo sta perdendo il senso dell’umorismo e della leggerezza perché troppo concentrato sul successo volto a dimostrare di essere i migliori. Un orizzonte che impone un’apparenza senza sosta e che di fatto ingabbia in una finzione scenica la quale spegne il gusto ed il desiderio della vita.
La pedagogia del desiderio, piuttosto, parte dal riconoscere la propria vulnerabilità e incompletezza sapendo che ciascuno è necessario all’altro perché portatore di valore e di confronto per custodire la direzione del cammino.
Il Vangelo di questa domenica (Mt 9, 36-10,8) ritrae una scena preziosa a riguardo: “Gesù vendendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”.
La compassione esprime il muoversi verso l’altro accogliendolo nella propria esistenza come a rivelare l’intima necessità di custodire chi si ama. E Gesù riconosce che la fragilità umana è tale perché manca di direzione e cioè non si affida al pastore che indica la via.
La metafora va approfondita perché potrebbe trarre in inganno: nella pastorizia si conosce bene la necessità del pastore per condurre il gregge verso i pascoli erbosi, altrimenti le pecore rischierebbero la vita perché incapaci di trovare nutrimento.
Tutti abbiamo bisogno di riferimenti e cioè testimoni autorevoli che indichino la direzione e pian piano ciascuno è chiamato a diventare testimone per l’altro.
La cultura contemporanea, eppure, vorrebbe vanificare questa necessità propinando l’autorealizzazione senza l’altro e questa illusione sta continuando a generare personalità narcisistiche le quali entrano in continua rivalità con chiunque. Anche l’escalation di violenze e di antisocialità è sintomo di questo fenomeno, basti esplorare i video su TikTok più gettonati per rendersi conto di quanto sia diffuso questo fare dispregiativo dell’altro dove è idolatrato da più follower chi è più cinico e altezzoso.
L’insidia sta nella pretesa di diventare nutrimento per gli altri piuttosto che condurli alla fonte. Il modello propinato è quello di diventare testimoni di se stessi e in questo delirio di onnipotenza pretendere di piegare alla propria volontà quanta più gente possibile.
L’immagine evangelica, piuttosto, mostra come il bel pastore spinga oltre il recinto esistenziale – che in quel contesto rappresentava il cortile del tempio e dunque una religiosità che aveva la pretesa di assoggettare più che condurre al Padre – per aprire alla relazione con il Cielo fonte di ogni nutrimento. È perciò che il Pastore rischia la propria vita precedendo il gregge dinanzi ai lupi perché conosce e ama le sue pecore.
Anche la nuova enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas, fa riferimento al nutrimento di cui abbiamo bisogno restituendo all’AI un ruolo strumentale e non decisionale. Nell’enciclica il papa mette in questione i grandi gruppi che controllano l’AI perché, in modo del tutto autoreferenziale, potrebbero avvalersi di questo potere per manipolare e mutare stili di vita e la stessa organizzazione sociale.
Chi governa le cosiddette “infrastrutture invisibili” ci offre delle strade da percorrere ma di cui non sappiamo la meta. Per chi svolge ruoli apicali l’obiettivo è quello di anticipare i desideri ma questo significa schiacciare l’umano sul piano del bisogno e quindi procurare dipendenza attraverso un appagamento anticipatorio del tipo: “l’AI conosce i miei gusti e propone sempre quello che a me piace”.
Il Vangelo rimanda a ben altra custodia, quella del Pastore che si fa via da percorrere e porta da attraversare per condurre alla meta. Non si tratta di un’autocentratura ma del dono di sé per amore dell’altro.
Così è del testimone che non porta a se stesso ma rivela la meta attraverso la propria esistenza che rimane feconda per la vita altrui. È in questo modo che Gesù bel pastore genera a nuova vita rendendo capaci di accogliere il dono che fa di sé e, dunque, restituendoci la dignità di figli del Padre.
Questo nella pagina di oggi viene attuato attraverso il mandato ai discepoli chiamati ad annunciare ed operare secondo la compassione del Maestro. Il discepolo seppure fragile e imperfetto così come rivelerà il Vangelo, di fatto, viene scelto ed inviato a svolgere questa missione e sarà la strada segnata da incomprensioni e sbagli ad offrire l’opportunità di conversione e cambiamento di direzione.
Le torte che abbiamo condiviso nel pomeriggio a Danisinni non erano perfette certo, ma offrivano una bellezza impareggiabile data dal desiderio di contribuire al bene di tutta la Comunità.