Quando imparai ad andare in bici mio papà mi ripeteva “pedala perché altrimenti cadi”. Comprendo sempre più che in questo invito sta celata una promessa: “se pedali potrai abitare il mondo”.

Dal primo passo dipenderà l’evoluzione della vita perché quando ti lanci per la prima volta è perché ti stai fidando di qualcuno e dunque, successivamente, imparerai a fidarti di te stesso.

Tutto l’esistente è in continua mutazione e senza movimento non ci sarebbe più vita così come accade nella depressione che imita la morte. Il posto di ciascuno è altrove e la precarietà esistenziale ci appartiene in quanto costantemente spinti ad andare oltre riconoscendo che l’equilibrio sta nel camminare.

Questo atteggiamento esistenziale implica la necessità dell’essere ospitali perché consapevolmente ospitati in questo mondo.

È la grammatica del pellegrinaggio per la ricerca spirituale così come per le migrazioni provocate dalle guerre o dalla carestia. Se per sopravvivere è necessario andare altrove è ancora indispensabile trovare accoglienza.

La Parola di questa domenica tratteggia il senso biblico dell’ospitalità presentando due scene esemplari: Abramo che accoglie tre uomini in cammino alle Querce di Mamre e Marta che accoglie Gesù nella casa di Betania.

Abramo ha ben chiaro che ospitare i pellegrini equivale a custodire la vita del prossimo e nel fare loro spazio condividendo la sua tenda ed il suo cibo diventa capace di generare vita. Infatti è sterile l’esistenza di chi vive per se stesso nutrendo avarizia e bramosia in questo mondo. L’avaro non riesce ad amare, non vuole perdere nulla e, proprio per questo, non parte nel cammino tanto è schiacciato dalla paura di un ammanco.

La seconda scena vede Marta ospitale ma ancora incapace di fare veramente spazio dentro di sé. Il testo dice che lei è come rapita – portata via – dalle cose che fa perdendo di vista la relazione con l’ospite appena accolto.

Talmente centrata in se stessa che arriva a rimproverare il Maestro. È la pretesa di chi vorrebbe assoggettare l’altro alle proprie aspettative e premesse, ma l’incontro prevede apertura e reciproco riconoscimento.

Maria cammina perché rimane ai piedi di Gesù come discepola che accoglie la Parola. Quando la Parola ci abita allora siamo in movimento perché permettiamo di risuonare e plasmare fino a fare emergere le scelte profonde, radicali, della nostra vita.

Ti muovi veramente quando hai lasciato risuonare la Parola di vita abbandonando le pianificazioni di prima e, dunque, quando sei disposto a perdere tutto per la causa di bene che risuona dentro.

Marta si dimena per molte cose, seppure buone non sono essenziali e cioè inappropriate a quel momento, non tutto il bene va sempre bene…

Spesso cadiamo nell’equivoco di camminare realizzando tante opere che, di fatto, portano puntualmente a noi stessi. A quel punto potremmo renderci conto che stiamo solo girando attorno senza prendere il largo.

L’incontro con il Cielo, invece, procura un decentramento che un’accoglienza che testimonia un Altro. I discepoli non parlano di se stessi ma del Maestro che stanno seguendo.

Nella dinamica evangelica accade qualcosa di ulteriore perché Gesù scompare ai loro occhi e, così, li consegna all’incontro con il Padre. È la relazione d’amore che offre lo spazio all’altro condividendo quello che si è e la via che conduce al bene autentico.

Tornano in mente le parole del giudice Paolo Borsellino quando era appena trascorso un mese dalla morte del collega e amico Giovanni Falcone: “Credo nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia e so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che tutto ciò ci può costare caro”.

Le scelte coraggiose sono sempre frutto dell’accoglienza profonda della Verità della vita, è a quel punto che, senza rimorsi, ci si mette in cammino tenendo fisso lo sguardo sulla meta del viaggio “anche se questo può costare caro”.